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domingo, 1 de agosto de 2010

Con piloto automático - Col pilota automatico



El cuento Con piloto automático fue publicado inicialmente en la Biblioteca Cervantes Virtual y traducido al italiano por María Elena Spikerman para publicarse en la revista Il foglio clandestino (Milán, Italia).
Ahora publico la traducción al italiano por primera vez en un medio virtual:

http://archivosdelsur-cuartopropio.blogspot.com/2009/10/cuento-con-piloto-automatico.html

Col pilota automatico


Araceli Otamendi


Traducción: María Elena Spikerman


Scrivo come chi dorme e tutta la mia vita è una ricevuta ancora da firmare”.
“Mi lamento perché sono debole e perché sono artista, mi intrattengo tessendo con musicalità i miei lamenti e ritoccando i miei sogni conforme il modo che trovo di farli più belli. Solo lamento non essere un bambino, per poter credere nei miei sogni, non essere un matto per poter allontanare dall’anima tutti quanti mi circondano”.

Fernado Pessoa

Quanto mi piacerebbe poter scrivere su della seta, tazze di porcellana e altre bellezze, magari su dei liuti o luthiers, e invece suona la sveglia alle sei e mi tiro su dal letto disposta ad affrontare questa nuova giornata che spunta. Sì, spunta e il sole inizia a scaldare ed eccomi di nuovo in piedi a prendere il barattolo del caffé dal frigo, ad aprire il rubinetto per riempire la brocca di acqua fredda, premo l’accensione della caffettiera bianca e premo anche quella del pici, i mails aspettano di essere letti mentre vado a lavarmi il viso con l‘acqua fredda per togliermi il sonno, gli occhi ancora quasi chiusi. Mi sciacquo gli occhi guardandomi allo specchio, voglio lavare il ricordo di quei sogni che non sono ancora certa di aver sognato. E il delizioso aroma del caffé circola per la casa, la invade come un folletto invisibile, verso il caffé nella tazza bianca che non mi sognerei mai di usare se solo fosse crepata e mentre lo bevo apro il rubinetto della doccia e l’acqua scorre, tiepida, calda, e anche il sogno scorre. Sogno folle, sogno surrealista, quante stranezze si sognano. La luce entra dalla finestra del bagno come nella canzone di lenon e maccartney ma era lei, lei quella che entrava nella canzone di John e Paul, ed era anche Lucy nel cielo di diamanti. Ci sono dei ragazzi che camminano sui trampoli, la scena circense si illumina in un teatro, chi sono? Io sempre spettatrice del mondo, perfino nei più reconditi sogni. Vado in cucina e un coniglio bolle in pentola, si rigira su se stesso finendo a pezzi, si moltiplica come un clone, come in quel racconto di Cortázar ma in questo caso non c’è nessuno che vomiti un coniglietto, il coniglio solo bolle in pentola. Povero coniglio bianco. Vado altrove, se potessi tornare indietro... Per prima cosa bisogna galleggiare, mettersi pancia in su e galleggiare, affondare la testa, prendere aria e mettere la testa in acqua. E’ fredda, tanto fredda. Non importa, con la testa dentro galleggerai come un pesce, raddrizza le gambe e lasciale molli, posso aprire gli occhi? Sì, certo. Piastrelle blu, tocco fondo, esco, tiro fuori la testa ed eccolo lì seduto sul bordo. Ancora lì, ti tengo io, lascia le gambe molli e galleggia, galleggia, l’acqua nelle orecchie è una sensazione brutta, strana. Muovi le gambe, la testa lasciala galleggiare, dopo saprai nuotare, ma se non galleggi non nuoterai mai. Fino a quando? Quando saprò nuotare? Ancora una volta. Il sole è nel suo punto più alto, è mezzogiorno. L’acqua è più tiepida e mi stanco. Galleggia, prendi aria, immergiti, ancora una volta, e ancora, e ancora. E un’altra giornata, e un’altra. Fai la morta. Ora che nuoti vai fino all’altra punta, una vasca in larghezza e poi una in lunghezza. Attraversare a nuoto la vasca, arrivare fino alla parte fonda, continuare, resistere, trattenere l’aria sotto l’acqua, risalire, respirare. L’acqua ora è fredda, tiepida, fredda. E il suo sguardo, lì, nelle mosse come se il fatto che io avessi imparato a nuotare lo tranquillizzasse Forse gioia, non so. Dormire, dormire, sognare. Sognare l’acqua, sono in acqua, devo attraversare, bisogna irrimediabilmente attraversare il largo della vasca quando tutti rimangono aggrappati al bordo, galleggiando, sono nata Toro, cosa ci posso fare. Ora non è lì a guardare, ora non c’è. Non so dove sia, ma non c’è. Il tempo va di nuovo avanti. Sento altre voci, sono in altri ambiti. Ora è notte. La festa è iniziata, si sente della musica, delle voci e anche il silenzio, è tutta un’illusione, un sogno. Tornare a sognare, sarà mai possibile? Sognare suona a sogno, a impossibile e tuttavia quella parola pronunciata da qualcuno convincente mi induce a sognare. Quella notte dormo e sogno, volo, sono su un aereo sull’oceano ed a un certo punto precipito in acqua da mille metri sul mare. E’ l’oceano blu e scuro, indovino la profondità mentre mi domando se sopravviverò a una simile caduta, a quella velocità. E nonostante plano in aria come un uccello e cado e nuoto e nuoto tra le onde, sono a galla, salva. Allora mi sveglio.
Bisogna affrontare una nuova giornata, mi asciugo con la spugna bianca e trovo ad aspettarmi sul tavolo il caffé caldo e fragrante. Viaggerò in treno, guarderò il fiume, lavorerò se posso, tornerò su un altro treno. Salgo su un radio taxi meglio, sta cominciando ad imbrunire, devo andare a San Telmo. La nueve de julio è la migliore opzione per arrivarci e lo spettacolo inizia al semaforo.
Dei giocolieri fanno il loro intrattenimento davanti alle macchine, le sfere girano, aspetto la musica, la musica delle sfere non arriva, o sì? La mano allungata dell’adolescente, qualche moneta da una macchina e il taxi parte sgommando. Le luci accese della nueve de julio sono il miglior spettacolo della sera. Se arriverò viva, penso, se arriverò viva a destinazione berrò meno caffé, telefonerò a quella amica che non chiamo da tanto tempo. Ci si ferma ad un altro semaforo. Fiaccole in mano ad una ragazza, in canottiera e pantaloni neri, capelli corti, occhi scuri ride, chiacchiera, corre in mezzo al viale, mentre due giovani l’aspettano tetrabrik in mano, il dolce vino come un sogno in bocca ai due ragazzi. La rivedrò il giorno seguente seduta sul piazzale che divide la nueve de julio, col viso assonnato e occhiaie grigie, tetrabrik sulle giovani labbra, due uomini giovani al suo fianco, quale destino aspetta quella donna? Ed è già giorno, le fredde luci della notte si sono estinte, il sole entra dalla finestra, mi accomodo in un angolino dove batte il sole. Mi alzo e metto il pilota automatico.

(c) Araceli Otamendi


(c) de la Traducción de María Elena Spikerman




Araceli Otamendi nasce a Quilmes, provincia di Buenos Aires, Argentina. E’ scrittrice e giornalista. Attualmente dirige le riviste digitali Archivos del Sur e Barco de papel . Ha pubblicato il romanzo poliziesco Pájaros debajos de la piel y cerveza, vincitrice del Premio El libro-Edenor durante la XX Fiera Internazionale del Libro di Buenos Aires nel 1994.

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Una mirada sobre Puerto Madryn (2003)




Una mirada sobre Puerto Madryn

Esta nota se originó en un viaje que hice a la ciudad de Puerto Madryn ubicada en la Patagonia Argentina, ahí donde hay pingüinos y ballenas. El viaje fue en el verano de 2003 y fue publicada originalmente en la revista Archivos del sur.



Néstor García Canclini en su libro “Imaginarios urbanos” ocupándose de la ciudad de México cita a Italo Calvino y a su obra “Las ciudades invisibles”: “A veces ciudades diversas se suceden bajo el mismo suelo y bajo el mismo nombre. Nacen y mueren sin haberse conocido, incomunicables entre sí. En ocasiones, hasta los nombres de los habitantes permanecen iguales, y el acento de las voces e incluso las facciones. Pero los dioses que habitan bajo los nombres y en los lugares se han ido sin decir nada y en ese sitio han anidado dioses extranjeros”... Así, es posible encontrarse con diversas historias y aspectos cuando se recorre la ciudad de
 Puerto Madryn en la Provincia del Chubut, ubicada en la Patagonia argentina. Se trata de una ciudad extraña, por un lado ofrece bellezas naturales, posibilidades numerosas de hacer turismo aventura: buceo en sus aguas cristalinas, avistaje de ballenas, excursiones a colonias de lobos marinos y otras opciones como las excursiones de buceo a “naufragios”, mountain bike a lugares recónditos. Sin embargo la mayor parte de la población actual se instaló enPuerto Madryn como consecuencia de la radicación de varias empresas. Hablando con varias personas residentes en la ciudad desde hace varios años me entero que la mayoría son oriundos de Buenos Aires. Uno de los principales problemas que tiene la comunidad me dicen casi todos, es justamente la falta de lazos tanto culturales como comunitarios, falta de raíces en esa ciudad del sur y el movimiento casi continuo del personal de las empresas que puede ser despedido o trasladado hacia otro lugar. Todo ello trae aparejados problemas de diversa índole como son la falta de perspectiva de futuro para los adolescentes por ejemplo, la escasa participación y producción cultural autóctona, sería otro de los problemas y como antítesis varios de los entrevistados citan a la ciudad de Trelew, también ubicada en la Provincia del Chubut, con otra historia, otra conformación poblacional, otra producción cultural. 



Las playas
 



El mar es azul intenso con franjas de azul más verdoso hasta tornarse verde marrón al llegar a la arena de la playa.
Sobre la arena mojada descansan restos de algas secas y en conjunto parece un gran cementerio vegetal. El agua es cristalina pero arrastra hacia la playa restos de botellas de plástico, maderas con clavos y algún condón. Parece inevitable que el contacto del ser humano con la naturaleza produzca residuos que afean la belleza del lugar. En la playa donde estoy ahora hay un esqueleto de madera destinado antes a armar carpas en un balneario que ya no existe. Lo que sí existe es un restaurant de playa donde sirven pescados y mariscos y otros frutos del mar. Hay fotografías de caracoles de voluta, salmones, calamares, algas, vieiras, caracoles rojos. También hay una nota de una revista colgada en la pared que dice “pescar a pulmón”. 



Un poco de historia
 



Caminando por la playa, en dirección al “Ecocentro”, un centro ecológico-cultural nos encontramos con el Monumento al indio tehuelche. Los tehuelches eran los primitivos habitantes del lugar luego colonizado por los galeses. A pocos metros está el “Parque Histórico Punta Cuevas”, el sitio donde empezó la colonización galesa en la Patagonia. En el sitio histórico que es una construcción sencilla donde se exhiben diversos objetos y fotografías, también hay visitas guiadas. Se pueden ver unas ruinas, excavaciones en hilera, situadas por encima del nivel de pleamar, en la cara oeste de Punta Cuevas, a 3 km del centro de
 Puerto Madryn. Hay 4 de estas ruinas bien conservadas, 3 semiderruidas e indicios de otra más. Según las crónicas de la época originalmente esran 16 casillas de madera. Estaban metidas en los huecos que todavía se pueden ver. En total las casillas abarcaban unos cien metros. Edwin Roberts y Lewis Jones, fueron dos promotores de la colonización que llegaron en junio de 1865 a preparar el terreno, antes que todo el grupo llegara. Traían provisiones, ganado y 5 ayudantes desde Patagones. Mientras Jones hacía otros viajes para traer más cosas, Roberts y los peones construían corrales y un galpón de 5 por veinte metros. Estaba hecho en piedra que se extraía de las cuevas, en las que se colocaron casillas de madera. Cuando Edwin Roberts hizo los cimientos del galpón enterró el siguiente mensaje de fecha 19 de junio de 1865: “Heme aquí hoy, el único galés en tierra patagónica, con preocupación y temor, comenzando este edificio que será el depósito de todos los alimentos que ahora permanecen apilados en la playa. No sé en qué momento vendrán los indios, me matarán y se llevarán todo; si vienen no habrá más remedio que pelear. No soy miedoso pero me preocupo al pensar en el contingente que viene en viaje confiando en que aquí lo esperan vacas y alimentos. Si las cosas salieran de otro modo ¿qué sería de la Colonia? Temo que un fracaso y si es así, adiós para siempre a una segunda oportunidad”. El 28 de julio de 1865 en Punta Cuevas desembarcaron los viajeros del velero “Mimosa”, habían zarpado de Liverpool dos meses antes. Se terminaron de construir las casillas que había empezado Roberts y se ubicaron a 8 ó 9 personas en cada una. Varios viajeros se acomodaron en el galpón. A los pocos días empezaron a ir caminando hasta el río Chubut, a 65 km de ahí. La lista del velero “Mimosa” detalla los siguientes viajeros: 28 matrimonios con 59 hijos 1 viuda con 1 hijo 32 hombres solteros 12 mujeres solteras (la mayoría de los casados tenía unos 30 años. Los solteros 20 y tantos). En total eran 101 adultos y 60 chicos. La crónica que ofrece el sitio histórico Punta Cuevas dice que a partir de entonces el puerto se llamóMadryn y empezó a tener vida. Se inició entonces el trazado de un camino hacia el valle. Hubo un casamiento, algunas muertes y un nacimiento, el de María Humphreys, el 10 de agosto. Edwin Roberts había cavado un pozo de agua pero era salada. Los colonos buscaban agua en una laguna de agua de lluvia que se formaba al pie de donde hoy está el Chalet Pujol – laguna de Derbes – a 4 km al norte de Punta Cuevas. 



Turismo nacional e internacional


Puerto Madryn cuenta con una gran afluencia de turismo nacional e internacional, este último busca tanto conocer un lugar tan distante de los centros turísticos internacionales tradicionales como aprovechando la diferencia cambiara actual. Hay un shopping, el “Portal de Madryn” ubicado frente a la avenida costanera, donde los turistas recalan invariablemente a hacer sus compras. El lugar no tiene nada que envidiarle a algunos shoppings lujosos de la ciudad de Buenos Aires y es una vidriera enfrentada al mar. Deportes Las características de la bahía en PuertoMadryn se prestan para navegar a vela y otros deportes náuticos. Cuando el mar está calmo la apariencia es la de un lago, un espejo de agua bellísimo. En enero de 2003 se organizó el Campeonato argentino de Optimist donde participaron más de doscientos chicos de edades comprendidas entre los 10 y los 15 años. La mayoría de las delegaciones pertenecían a clubes náuticos de Argentina y hubo también grupos participantes del Uruguay y de los Estados Unidos. El club anfitrión fue el Club Náutico Atlántico Sur y la competencia se transformó en una fiesta. El “optimist” es un velero de vela cangreja para un solo y pequeño tripulante. Fue ideado en Clear Water y en principio no era más que un carrito improvisado en una caja de jabón industrial en desuso con rulemanes y velas utilizada por los niños para lanzarse por las calles del pueblo. Poco después el alcalde del lugar encargó al diseñador naval Clark Mills que se valiera de esos mismos materiales para crear alguna embarcación que brindara a los chicos diversión en el agua. En el año 1954 en la península europeasobre el Mar del Norte se construyeron cuatro o cinco Optimist y en 1960 ya había algo más de dos mil barcos de esta categoría en Dinamarca. Hay muchas ofertas para realizar excursiones de buceo diurno y nocturno acompañados por buzos experimentados y también excursiones en 4 x 4 a zonas de fauna protegida. 



Actividades culturales
 



La Municipalidad de
 Puerto Madryn a través de su Dirección de Cultura desarrolla una serie de actividades culturales que abarcan talleres literarios coordinados por el escritor Bruno Di Benedetto entre otras propuestas. También edita el boletín electrónico “El Pasamanos”con noticias de autores locales y nacionales. El pedido de suscripción puede hacerse a
cultura@madryn.gov.ar Durante la temporada de verano se desarrolla el “Proyecto Bitácora” que consiste en mesas de exposición y venta de libros, discos, cassettes y grabados de autores regionales tanto en la Casa de la Cultura como en el Portal de Madryn. En la Casa de la Cultura, además de ver y comprar libros de autores regionales y una revista cultural se puede visitar el “Paseo de Antigüedades” donde se pueden ver y adquirir objetos antiguos. También la actividad teatral tiene diversas alternativas en el Teatro del Muelle con obras para niños como “La increíble Cenicienta”, “Magia de Reyes”, y las obras “La demolición” con Enrique Liporace y Juan Carlos Paccini, “Fridas” con Ana María Casó y “Esquizofrenia Industria Argentina” con María Luz Piriz. A propósito de esta última obra estuvimos con la autora e intérprete en un bar de la playa. María Luz Piriz es una bióloga oriunda de Buenos Aires y radicada en PuertoMadryn desde hace veinte años. En esa ciudad trabaja como bióloga y a partir de una propuesta cultural denominada “Artebar” donde cada uno que se presenta ofrece su arte y donde se han descubierto varios nuevos talentos, además de crear lazos culturales y comunitarios entre los asistentes. Así desfilan en el lugar grupos de rock, de folklore, cantantes, recitadores, actrices y actores como María Luz quien me da las explicaciones con mucho humor. También el Folklore está presente enMadryn con el Elenco Estable Municipal Huiliche y en febrero se realizará el Festival Folklórico en el Patinódromo con artistas madrynenses y de la zona. Por otra parte, En el Portal de Madryn se pueden ver esculturas de Silvia Solís y fotografías de Ge/Táboas de grandes paisajes de la Patagonia. Las fotografías son excelentes y vale la pena ver la muestra.



El Ecocentro
 



Durante el año 2000 se inauguró este complejo cultural-educativo-ecológico en un lugar muy cercano a la playa, lejos del centro comercial de la ciudad. Patrocinado por la Fundación del mismo nombre que preside Alfredo Lichter, la dirección educativa está a cargo de Mariana Martínez Rivarola. El ecocentro desarrolla programas educativos que implican visitas didácticas. Mediante ellas pueden conocerse características de la fauna marina y submarina de la costa madrynense y también hay actividades culturales, conferencias, mesas redondas, muestras de pinturas y esculturas, hemeroteca y biblioteca. Durante mi visita pude ver algunas obras de Remo Bianchedi. A propósito de estas obras “Los inocentes”, el Ecocentro organizó una serie de charlas
sobre el tema de la inocencia con diversos escritores y periodistas, entre ellos la escritora y lingüista Ivonne Bordelois quien habló sobre la inocencia en la obra de Alejandra Pizarnik. Sin duda el lugar es un polo de atracción turístico cultural y educativo que cuenta con una infraestructura moderna y lujosa. El lugar enclavado casi sobre el mar en zona de acantilados contrasta con lo agreste del paisaje. Ecocentro no es un proyecto totalmente abierto a la comunidad, la entrada cuesta $ 8.- y se financia con el aporte de sponsors. Tiene un programa educativo denominado “Mar abierto” que consiste en varias propuestas y se da en forma gratuita en todas las escuelas de la Provincia del Chubut. También tienen un programa de capacitación docente con puntaje para los docentes de todo el país. 



Librerías
 



La única librería que encontré y me dicen que hay en
 Puerto Madryn se llama “re creo” y está ubicada en una esquina del centro de la ciudad. Consulté sobre los gustos literarios y ventas tanto en temporada de verano como en invierno. Durante el invierno los pobladores prefieren comprar libros de actualidad, escritos por autores como Jorge Lanata o Miguel Bonasso, por ejemplo. En verano se venden más libros de Paulo Coelho, Jorge Bucay, libros de autoayuda y algunos bestsellers como los de Rosamund Pilcher y Wilbur Smith entre otros. 



Este es sólo un recorrido, el mío. Cada uno podrá trazar su mapa y hacer otros, descubrir tal vez otras ciudades invisibles como las que mencionaba Italo Calvino.
 





Algunas direcciones: Secretaría de Turismo y deportes Municipalidad de
Puerto Madryn : www.madryn.gov.ar Excursiones y aventura: 
informes@madryn.gov.arDirección de Cultura, Secretaría de Gobierno y Trabajo:cultura@madryn.gov.ar Ecocentro: www.ecocentro.org.ar Alquiler de mountain bike Rent a bike/location: 25 de mayo 1136 – tel. 474426 Centro Nacional Patagónico CONICET Teléfono: (02965) 451024 Diario El Chubuthttp://www.diarioelchubut.com.ar 





(c)
 Araceli Otamendi-Archivos del Sur - Todos los derechos reservados







jueves, 29 de julio de 2010

domingo, 25 de julio de 2010

Cuento El filicidio publicado en Literatura del mañana

El filicidio

Madrid, 1933. Noche. Doña Aurora se ata los cordones de los zapatos, acomoda el vestido. En uno de los bolsillos del ancho pollerón guarda la pistola cargada. Se acomoda el pelo y camina por la casa como si nada fuera a ocurrir.
En una de las habitaciones, la más grande y lejos del comedor, Hildegard, la hija de doña Aurora duerme. Ha preparado la conferencia sobre eugenesia que debe pronunciar al día siguiente. Está cansada y duerme. Sin adivinar que su madre, doña Aurora, percibe su respiración unos metros más allá. Hildegard, hija querida, me traicionaste, piensa Aurora mientras calibra en la mano el revólver que disparará minutos después. En mi vientre te engendré, para vengarme del absurdo destino que me negó tantas cosas: posición, apellido, fama, estudios. No tuviste padre, sólo progenitor. Tuve una hija sin ansiar nunca goces sexuales, al sólo efecto de vengarme de la realidad, y ella, que había logrado hacer lo que yo no pude me traiciona así, con un infeliz, un escribiente que trabaja en el despacho de un cagatintas. Apenas abre la puerta del dormitorio, Doña Aurora dispara cerca de la sien de Hildegard, descerrajándole el tiro mortal.

(c) Araceli Otamendi








http://literaturadart.blogspot.com/2010/07/autoras-de-relatos-breves-de-suspense.html

jueves, 15 de julio de 2010

Extraños en la noche de Iemanjá - Capítulo 5 (fragmento)





En ese momento Leonor y Ludwig se sorprendieron y cada uno buscó  la misma expresión de sorpresa en los ojos del otro,  el agua había llegado hasta adentro del círculo de sombra que los protegía y Ludwig preguntó: 
                   - ¿Quiere que lleve la sombrilla más cerca de los médanos? 
                   La mujer asintió agradecida mientras el detective desenterraba el soporte metálico y plegaba la sombrilla. El albatros nadaba a unos cien metros de la playa y Ludwig decidió que era el momento de insistir con su preguntas. 
                    - ¿Hace mucho que está en esta playa, Leonor?
                    - ¿Cómo sabe mi nombre?
                     - Ya le dije que soy guía de turismo y conversando con los turistas se saben muchas cosas.
                     Leonor lo miraba con desconfianza y dijo: 
                    - Paso todo el verano aquí
                    - Entonces debe conocer a muchas personas que veranean en este lugar - contestó el detective.
                    - No muchas señor Ludwig, pero usted a mí no me engaña.  Usted es policía. Yo ya soy vieja y le digo en la cara lo que pienso.
                     - Cálmese, Leonor, cálmese. Sólo quiero saber algo.
                     - Está bien - dijo Leonor mientras los dos caminaban hacia los médanos. El sol hacía arder la piel y la arena caliente quemaba las plantas de los pies. Ludwig volvió a enterrar el soporte metálico en la arena y desplegó la sombrilla. Los dos se sentaron. 
                       - Señor Ludwig le voy a decir una sola cosa: si alguien quiere saber algo de este lugar tiene que ir a ver a Mirinha, la tarotista y vidente, Esquina del viento y calle dos.
                        - Esquina del viento y calle dos - repitió Ludwig.
                        El círculo de sombra se había achicado y los dos, Ludwig y la mujer estaban protegidos por él. Un viento cálido soplaba con fuerza desde los médanos.
El detective no se preguntó  por qué Leonor conocía a Mirinha, si tal vez se habría hecho leer el futuro por esa mujer. Pero Leonor sí se lo preguntaba, porque había perdido la cuenta de las veces que indagó al futuro para saber cuánto tiempo le quedaba. Tenía una extraña sonrisa triste cuando pensaba esto y ahora, bajo la sombrilla continuaba arrojando los buzios al aire. Ludwig la miraba.  
                           - "Todo el mundo y todas las cosas son parte de la vida, pero, cuando se han sumado todos, todavía falta no sé qué para que sea vida" - dijo Leonor
                          
                            - Hemingway - dijo Ludwig 
                            - Frío, señor Ludwig, frío - contestó Leonor y después dijo: "No es gris el mundo, sino falto de lascivia, el ligero sueño de bambú de la inocencia suave como la superficie de una cuchara"
                            - Capote - insistió Ludwig 
                            Leonor soltó una carcajada y Ludwig la miró. ¿De qué diablos hablaba esta mujer? ¿de qué hablarían con el amante? Eso se lo preguntaba casi siempre cuando veía una pareja. Porque él casi nunca sabía de qué hablar con una mujer, especialmente cuando estaba casado. El alegre gusano de la juventud ya no lo carcomía. Se sentía joven pero no tanto como para hacer algunas locuras.  Aunque muchas veces las hacía.  
                         Ludwig  agradeció el dato a Leonor  y se alejó  caminando por la playa. Caminaba por el borde de la arena mojada pisando las puntillas blancas de espuma. El mar era verde unido a un cielo azul intenso donde el sol, en lo más alto parecía penetrar en las cabezas llenándolo todo de luz a tal punto que parecía enceguecer. Cerca del horizonte se veía una franja azul más oscura que el azul cobalto del cielo. Visto desde arriba el paisaje podría parecerse a un cuadro de David Hockney con sus planos de colores intensos reclamando cada uno su propio espacio.  
                    
                            - Vaya a ver a Mirinha, la vidente. Ella sabe todo lo que ocurre en este lugar - volvió a decir Leonor. Ludwig se despidió entonces de la mujer, tomó el bollo del pantalón, la camisa y los zapatos y se fue caminando por el borde de la arena pisando las puntillas blancas de espuma. Ludwig aún no se había puesto los zapatos y la arena ardía. Se sentía en armonía consigo mismo, sentía el orden vivo de la continuidad de la existencia. Creía no recordar un estado así. Ahora la mirada de Ludwig se posó en un pájaro recostado en la arena mojada. Parecía una gaviota. El detective se agachó y lo tomó en sus manos. Lo sostuvo durante unos minutos. Sentía las plumas frías y el corazón del animal palpitando. El pájaro empezó a moverse en las manos del detective. Movía las alas y Ludwig iba a soltarlo pero antes formuló en silencio tres deseos.  


(c) Araceli Otamendi- Todos los derechos reservados

Extraños en la noche de Iemanjá - Capítulo 6 (fragmento)

                             


El primero de los deseos de Ludwig fue que se cumpliera uno de sus sueños recurrentes: una mujer le entregaba un papel con símbolos que él no podía descifrar. Tal vez fuera un mensaje. En todo caso era imposible descifrarlo sin ayuda. Al final del sueño alguien le descubría el significado. El segundo deseo era terminar de una vez y para siempre la investigación del caso de Willy Agastizábal. El tercero era ver a Mónica, su ex- mujer cuanto antes y hablar con ella. Y mientras sentía  las plumas cálidas del pájaro  entre sus manos cerró los ojos y pensó en los tres deseos varias veces. Después, el detective abrió sus manos y dejó volar al pájaro quien se alejó hacia el mar. Se había llevado en su vuelo sus deseos más secretos, esos que no deben contarse a nadie.
                            Ludwig sintió que la arena caliente le quemaba los pies y se puso los zapatos. Ahora, caminando por la playa escuchaba el murmullo del viento y le parecía que le susurraba palabras en los oídos. ¿Qué clase de palabras podría murmurarle el viento al oído? ¿No eran acaso más que voces llegadas de lejos, tal vez con respuestas? ¿Qué estaba haciendo en esa playa? ¿A quién le importaba el asesinato, si es que lo era, del hombre ahogado? Nadie sabía nada, nadie lo había visto y si lo sabían o lo habían visto lo ocultaban. ¿Y si no hubiera sido un asesinato sino un suicidio?
                           
 (c) Araceli Otamendi - Todos los derechos reservados

domingo, 4 de julio de 2010

La muñeca de cristal o la fragilidad de las cosas



La muñeca de cristal o la fragilidad de las cosas

El estado de gravidez o la panza, como se prefiera, es avanzado. Falta poco para el nacimiento, es una extraña sensación de que voy a reventar, mi panza explotará y quedaré vacía aunque tendré como compensación en mis manos un niño o una niña  ¿Cómo será?
A duras penas puedo salir a la calle y detener un taxi. Antes, una mujer no ha dejado de tocar el timbre, de llamarme por teléfono, de encararme en la calle … pero ¿quién es? Me he escapado de ella y aquí estoy camino a la clínica. Siento las patadas muy adentro, las contracciones, son cada vez más fuertes, me duele la espalda y no sé si voy a llegar a tiempo. No se preocupe, no me mire así, no lo voy a tener aquí adentro, no le voy a ensuciar el tapizado de su auto pero apúrese…

Las contracciones son muy fuertes, doctor. Va a nacer enseguida, dice. La veo, la he visto a través de la piel, digo. La piel de mi panza es transparente como un papel de celofán. La he visto y ya sé como es, aunque usted todavía no la vea, doctor. Es preciosa, es como una muñeca. ¡Fantasías! La imaginación vuela. ¿Por qué tengo que explicarle a usted cómo la he visto? La cabecita es redonda y el cuerpo se parece a un muñeco, lleno de curvas. ¿Y tiene manos? ¿y tiene pies? Es preciosa le digo, porque la he visto, ella es rosada, redonda, bellísima.  Las contracciones son cada vez más seguidas y va naciendo, doctor, no la deje caer, ya sale, ya sale… ya salió.

¡Es una muñeca! Sí, es una muñeca. He parido una muñeca de cristal. Redonda, chiquita, preciosa, la cabeza es como  una naranja, transparente. Mueve los ojos, ¿los mueve? Pero señor ¿de qué se asombra? Si es una muñeca de cristal, nada más. Mírele las manos, ah, pero…una de las manos ¿qué ha pasado? Es que se ha roto, se ha roto la pequeña mano. El doctor tiene la solución: la pegaremos con un pegamento especial y todo se va a solucionar, todo.
¿Se solucionará? Todo se va a solucionar …

El pegado de la mano al bracito se realiza sin mayores dificultades. Todo es cuestión de esperar. No me parece raro haber parido una muñeca de cristal, tan redonda y bella. Es transparente y hasta podría estar en una vitrina, pero no la pondría ahí, se moriría, necesita respirar, está viva. Hay que darle de comer y enseguida empieza a mamar y luego llora, grita, y otras cosas más. ¡Hermosa muñequita mía! Te miro embelesada, soy tu mamá. Mirémonos al espejo. ¡Qué belleza, hermosita! ¡qué belleza! Nunca había soñado con una muñeca así y ahora la tengo, hermosita, linda, muñequita de mamá. ¿qué te pasa?
Me siento extraña. He parido una muñeca de cristal que come, duerme, se ensucia, llora, grita. ¡Ay, cómo duele! Y ¡qué vacía estoy ahora sin la muñeca en mi panza!

Pero tengo la compensación en mis manos, en mis brazos, es esta muñeca de cristal que dormida se parece a una muñeca que tuve alguna vez, cuando era niña y me gustaba jugar a las muñecas. ¿Te hacía dormir, te acordás? Dormías junto a mi, al lado de mi panza, tapada con las sábanas. Juntas dormíamos las dos. Te apretaba fuerte cuando los maullidos sonaban durante la noche en el techo. Aquella noche, antes de la mudanza,  cuando todos los objetos estaban contenidos en cajas, cómo maullaban, Dios mío, cómo maullaban, parecían bestias salvajes corriendo de un lado al otro de la casa. Tenía miedo, la oscuridad, sombras en el jardín y los maullidos entonces te tomé muy fuerte para que me acompañaras hasta que amaneciera y los gritos de los gatos se callaran definitivamente.

Pero después me hice grande y te olvidé, te quedaste sentada en la cama o en alguna silla, después de la mudanza perdiste tu significado y no sé qué lugar ocupaste, pero ya no era el mismo de antes.
Y ahora, no sé si es el recuerdo o la niña que ha empezado a llorar otra vez lo que me impulsa a buscar ese juguete viejo y comparar su imagen con la que tengo guardada en la memoria.
He tenido una muñeca de cristal, la he parido en mi imaginación y en mi sueño se devela como una niña de carne y hueso. Y en mi realidad se devela como una muñeca de cristal, como un sueño. Extraño sueño éste, como extraña e impredecible es también la realidad.


© Araceli Otamendi
Julio de 2010

imagen: Mimmo Paladino
Senza titolo, 1998
óleo sobre tela
cm 132 x 94
Colección Caleffi 
(de la muestra La Transvanguardia italiana en la Fundación Proa)